Analisi posturale





Attraverso l’analisi posturale si ottengono importanti informazioni che consentono la scelta di esercizi per un programma di allenamento più sicuro. Consente inoltre di localizzare le principali aeree con possibili retrazioni o deficit muscolari, evitando così che contrazioni muscolari settoriali, fondamentali nel recupero del trofismo, facciano scaturire il dolore. Quando l’osservazione della postura ci produce elementi di prova di un disequilibrio muscolare si può pensare che il muscolo antagonista sia ipertonico, con conseguente meccanismo compensatorio su tutta la catena. Ad esempio, se ci troviamo di fronte ad un bacino inclinato sul lato sinistro (in visione posteriore avremo la linea glutea di sinistra più bassa), noteremo presumibilmente un ipertono al muscolo quadrato dei lombi di destra: di conseguenza è possibile che vi sia un compenso in accorciamento ai muscoli: abduttori dell’ anca di sinistra con possibile retrazione della fascia ileotibiale, adduttori dell’ anca di destra, il peroneo lungo e breve di sinistra con il tibiale anteriore di destra e la visione globale ci mostrerà l’ arto di destra in adduzione con la gamba più lunga. La postura può essere rappresentata come l’ insieme degli equilibri muscolari che consentono il mantenimento della stazione eretta e il movimento dei suoi segmenti e del suo insieme. Un allineamento scorretto produce una tensione e contrattura eccessiva e la valutazione delle posizioni articolari ci può indicare quali distretti muscolari sono in posizione allungata, debole, permettendo un allontanamento dei segmenti ossei su cui si inseriscono, e quali in accorciamento eccessivo, trattenendo di conseguenza le parti di inserzione più vicine le une alle altre. Quando si ha una buona postura la colonna, con le sue curve nella norma, permette un buon allineamento anche degli arti inferiori, ideale per il corretto sotegno del peso e del movimento; da questo si ottiene anche un dispendio energetico molto economico e mancanza di dolore. Spesso un forte sovrappeso nella zona addominale (ingrassamento di tipo androide) porta ad un profilo non allineato allo standard, con uno squilibrio nella distribuzione dei carichi che, a loro volta, modificano la postura stessa. Il nostro corpo ha così uno sbilanciamento anteriore contrastato in parte dai piedi che si sviluppano in avanti fermando parzialmente l’ ipotetica caduta anteriore. Le tensioni dei muscoli posti dietro la colonna vertebrale consentono la stazione eretta attraverso il loro tono (estensione). Quando il corpo oltrepassa una soglia accettabile, le tensioni diventano insostenibili per un normale tono. Inoltre il consumo energetico dei distretti muscolari coinvolti supera i livelli di normalità, così il corpo decide di ricorrere ai ripari sostituendo la struttura muscolare, più nobile ma meno economica, con tessuto connettivo, meno nobile ma che garantisce in uguale misura la stazione eretta. Questo avviene soprattutto nei muscoli della statica, muscoli capaci di lievi accorciamenti e di forte resistenza, molto tonici e costituiti da fibre corte disposte obliquamente rispetto all’ accorciamento.

Alterazioni delle curve fisiologiche

Quando la colonna lombare si flette, perde la fisiologica lordosi, o addirittura assume un atteggiamneto di cifosi, si ha una cattiva distribuzione della pressione aumentandola sul corpo vertebrale e sui dischi intervertebrali. Lo spazio tra i corpi si riduce anteriormente e aumenta posteriormente, il nucleo polposo viene spinto all’ indietro mettendo in tensione le fibre posteriori dell’ anello fibroso. Naturalmente se queste posizioni vengono mantenute per brevi periodi non provocano danni né lombalgia. Se al contrario, tali posture scorrette vengono mantenute per tempi prolungati possono scatenare una lombalgia. Il dolore, in questi casi non è altro che un messaggio intelligente, un segnale di allarme della colonna vertebrale che cerca di far capire il suo maltrattamento ed esprime il bisogno di cambiare posizione. Finché il disco intervertebrale è intatto, il nucleo discale, dopo essersi spostato all’indietro nei movimenti di flessione, si riposiziona in avanti nel movimento di raddrizzamento del tronco. Ma il costante mantenimento di posture in flessione per tempi prolungati, la ripetizione esasperata dei movimenti di flessione può provocare un’usura precoce dei dischi. Quando le fibre dell’anello fibroso sono degenerate, le continue o brusche sollecitazioni che spingono indietro il nucleo discale, possono impedire il suo riposizionamento in avanti determinando uno spostamento persistente che può essere solo una sporgenza (protrusione) o una vera e propria estrusione (ernia).





Se gli sforzi e le posture in flessione possono danneggiare la parte anteriore della vetebra, l’eccessiva estensione può danneggiare la parte posteriore (l’arco posteriore e le faccette articolari). I traumi o microtraumi ripetuti in eccessiva estensione possono provocdisco extare una frattura dell’istmo vertebrale (spondilolisi) e il conseguente scivolamento in avanti di una vertebra su quella sottostante (anterolistesi). L’aumento di pressione sulle faccette articolari può provocare aumento di lombalgia soprattutto in presenza di artrosi. L’estensione diminuisce le dimensioni del canale spinale. Di conseguenza coloro che presentano stenosi del canale spinale avvertono un peggioramento della lombalgia nelle posture e nei movimenti di estensione e assumono posizioni antalgiche che riducono la lordosi lombare. Altra possibile conseguenza negativa dell’iperestensione del rachide può essere l’eccessivo spostamento anteriore del disco che può determinare, oltre che la lombalgia, anche un blocco lombare in iperlordosi.

Sollevare o spostare pesi con movimenti di rotazione assiale del rachide espone i dischi a due fattori di stress:

disco rot

  1. È rappresentato dalla rotazione che mette in tensione le fibre dell’anello fibroso che assumono una direzione con obliquità contraria al senso della rotazione. Il nucleo viene sottoposto a una pressione elevata e questa tensione aumenta proporzionalmente con il grado di rotazione.
  2. È dovuto alla pressione provocata dal peso, che in questo caso è lontano dal corpo.

Nei movimenti di flessione laterale la vertebra soprastante si inclina verso il lato della flessione mentre il nucleo polposo si sposta disco latverso la convessità. Ne consegue che, trasportando asimmetricamente un peso, si provoca una pressione elevata e mal distribuita, causata non solo dal peso trasportato ma soprattutto dalla contrazione muscolare unilaterale.

 

L’analisi posturale prevede:

  • Esame obiettivo
  • Esame funzionale
  • Esame neurologico
  • Esame strumentale

Esame obiettivo

Esame della postura

L’esame della postura viene effettuata in stazione eretta nei due piani dello spazio, frontale e sagittale, nelle visioni dorsali (di spalle), frontale (di fronte) e laterale (di fianco). Per questo esame si può usare lo scoliosometro, il semplice filo a piombo o un moderno strumento chiamato l’analizzatore posturale.

      1. Piano frontale (visione dorsale):

  • Si valuta la simmetria del capo, delle spalle, delle scapole, dei triangoli della taglia (sapazi tra il tronco e glia rti superiori) e del bacino;
  • si controlla se sono allo stesso livello le orecchie, le spalle, le scapole, le pieghe ascellari, le creste iliache, le S.I.P.S. (spine iliache postero-superiori), le pieghe glutee, le pieghe poplitee e i malleoli;
  • si controlla l’allineamento o l’eventuale strapiombo laterale della settima vertebra cervicale rispetto alla piega interglutea;
  • si controlla l’allineamento degli arti inferiori o l’eventuale presenza di valgismo o varismo delle ginocchia;

      2. Piano frontale (visione frontale):

  • si valuta la simmetria del viso, delle spalle, degli arti superiori, dei triangoli della taglia, del bacino e degli arti inferiori;
  • si controlla se sono allo stesso livello gli occhi, le clavicole e le S.I.A.S. (spine iliache antero-superiori);
  • si controlla l’allineamento del naso, dell’ombelico e del pube;
  • si controlla la presenza di eventuali deformità toraciche;

      3. Piano sagittale (visione laterale):

  • si valuta la presenza, l’aumento, la riduzione o l’inversione delle curve fisiologiche del rachide;
  • si controlla l’atteggiamento del capo (eventuale presenza di flessione o estensione, antepulsione o retropulsione del capo);
  • si controlla l’atteggiamento del bacino (eventuale presenza di anteroversione o retroversione del bacino);
  • si controlla l’atteggiamento delle ginocchia (eventuale presenza di flessione o iperestensione).




Esame funzionale

Dopo aver osservato, con l’esame della postura, la morfologia del rachide è fondamentale valutare la sua mobilità a livello cervicale, dorsale e lombare ed esaminare come si comporta nei movimenti.

Valutazione della mobilità articolare

  • Flessione del rachide in stazione eretta. In stazione eretta, con gli arti inferiori leggermente divaricati, il soggetto viene invitato a eseguire il movimento in modo lento e graduale, lasciando cadere il capo in avanti e poi, flettendo, vertebra dopo vertebra il rachide cervicale, dorsale e lombare. in presenza di ipercifosi rigida o morbo di Scheuermann si osserva un gibbo vertebrale, cioè la prominenza delle vertebre dorsali i cui corpi hanno subito una deformazione a cuneo. Si può misurarlo con una livella , con il gibbometro, con l’inclinometro d’Osualdo o con lo Scoliometer di Bunnel.
  • Flessione del rachide lombare in posizione supina. Tramite questo test Mckenzie espone una serie di criteri molto validi da utilizzare in presenza di lombosciatalgia per comprendere se il dolore è dovuto a una protrusione del disco o a una radice nervosa aderente. Il movimento inizia dal basso verso l’alto, inversamente da come avviene in stazione eretta. Di conseguenza sono diversi gli effetti sulle radici del nervo sciatico.
  • Estensione del rachide in stazione eretta. Si appoggiano le mani sulle creste iliache e, premendo su di esse per allontanare la testa del bacino, si estende la colonna vertebrale.
  • Estensione del rachide in posizione prona. Si inizia utilizzando il respiro per mobilizzare il rachide lombare in estensione. Se questa posizione è ben tollerata si aumenta gradualmente l’estensione con la posizione della sfinge. Con prudenza e gradualità si può ricercare la massima estensione con la spinta degli arti superiori senza contrarre i muscoli spinali e tenendo il pube appoggiato a terra. Spingere durante l’espirazione e ritornare alla posizione di partenza inspirando. Se la ripetizione del movimento di estensione abolisce o diminuisce la lombalgia o provoca una centralizzazione del dolore in caso di lombosciatalgia è indicazione di una sindrome da derangement. In questi casi gli esercizi e le posture in estensione diventano fondamentali per prevenire e curare il dolore. Se l’ampiezza dell’estensione è limitata e il soggetto avvverte dolore a livello lombare quando raggiunge la massima escursione è indicazione di una sindrome da disfunzione.
  • Lateropulsione del bacino e del tronco.  In stazione eretta, con gli arti inferiori leggermenti divaricati, spostare contemporaneamente in direzione opposta le spalle e il bacino, mantenendo le spalle orizzontali. In alcuni soggetti la lateropulsione su di un lato è costante ed è impedita sul lato opposto, il rachide lombare è bloccato in atteggiamento antalgico di scoliosi. In altri soggetti il movimento di lateropulsione risulta maggiormente doloroso su di un lato ma non bloccato. Osservando un soggetto che presenta scoliosi è possibile, eseguendo questo test, valutare se la deviazione laterale è conseguenza di un derangemet o è una curva preesistente che non provoca dolore:
  1. se il movimento di lateropulsione modifica la localizzazione e l’intensità del dolore indica la presenza di un           derangement
  2. se tale movimento, ripetuto a destra e a sinistra, non modifica la localizzazione e l’intensità del dolore indica        la presenza di una scoliosi preesistente che non è causa di dolore.
  • Mobilità del rachide dorsale, delle spalle ed elasticità dei muscoli pettorali. Il rachide lombare non agisce in modo isolato, la presenza di limitazioni soprastanti o sottostanti, durante i movimenti può determinare conseguenze negative. Chi ha la cifosi rigida o, peggio ancora una ipercifosi, per sollevare gli arti superiori è costretto a compensare le limitate possibilità del rachide dorsale con una maggiore estensione del rachide lombare. Si può eseguire un sempilce test in stazione eretta sollevando le braccia e tenendole tese per notare se si realizza un compenso nella zona lombare.
  • Mobilità delle anche. Anche la rigidità delle anche può provocare movimenti di compenso a livello lombare. Per esempio una persona affetta da coxartrosi non riesce a piegare gli arti inferiori per rifare i letti. In caso sarà costretta a flettere la colonna vertebrale compensando la rigidità dell’anca con una maggiore flessione della colonna. L’articolazione coxofemorale, permette movimenti in tutte le direzioni dello spazio: flessione, estensione, adduzione, abduzione, rotazione interna ed esterna.
  1. Flessione – Il movimento di flessione passiva dell’anca a ginocchio flesso raggiunge normalmente 140 gradi. Si esegue il test in decubito supino.
  2. Estensione – L’estensione può raggiungere i 30 gradi quando l’arto inferiore è fortemente tirato all’indietro. Si esegue il test in decubito laterale.
  3. Abduzione – Il movimento di abduzione può raggiungere i 45 gradi. Si esegue il test in decubito laterale con l’arto inferiore sottostante leggermente piegato e con il piede dell’arto abdotto in posizione neutra.
  4. Adduzione – L’ampiezza massima dell’adduzione dell’anca è di 30 gradi. Si esegue il test in decubito laterale, piegare l’arto inferiore soprastante e appaggiarlo a terra davanti all’altro. Eseguire il movimento di adduzione dell’arto inferiore sottostante.
  5. Rotazione interna ed esterna – Il test si effettua in posizione prona mantenendo le gambe flesse sulle cosce, con un angolo di circa  90 gradi in modo che le gambe siano verticali nella posizione di partenza. Lasciando cadere i piedi all’esterno si valuta la rotazione interna che dovrebbe essere compresas tra i 30 e 40 gradi. Lasciando cadere i piedi all’interno si valuta la rotazione esterna che ha normalmente un’ampiezza massima di 60 gradi.
  6. Esame FABER dell’anca (flessione, abduzione, rotazione esterna dell’anca) – Permette di valutare una sofferenza dell’articolazione Coxo-Femorale. E’ un Test evocativo del dolore a livello dell’articolazione sacro-iliaca o della sinfisi pubica, allorquando è presente una problematica muscolare, capsulo-legamentosa o ossea dell’articolazione dell’anca.
  • Elasticità dei muscoli ischiocrurali. I muscoli posteriori degli arti inferiori quando sono retratti influenzano negativamente la postura del bacino e limitano l’ampiezza dei movimenti. I muscoli ischiocrurali si inseriscono sulle tuberosità ischiatiche, quando sono retratti frenano l’anteversione del bacino e impediscono la stabilizzazione del rachide. Allo stesso modo chi è seduto a terra con gli arti inferiori tesi, se ha una buona elasticità degli stessi muscoli riesce a mantenere una posizione corretta; al contrario, si ritrova in una posizione potenzialmente dannosa di cifosi lombare. Si può misurare l’elasticità dei muscoli ischiocrurali con l’inclinometrozenitale. Tale strumento esprime con precisione in gradi l’angolo di sollevamento dell’arto inferiore teso. L’elasticità si considera sufficiente quando questo angolo raggiunge 80 gradi.
  • Elasticità del muscolo ileopsoas. Il muscolo ileopsoas si inserisce sulle vertebre lombari e sul femore. Quando è retratto è responsabile dell’aumento della lordosi lombare e della pressione discale. Inoltre la sua retrazione limita l’estensione dell’anca e può favorire l’insorgere di coxalgia e coxartrosi. Si può eseguire questo test per valutare la sua elasticità: l’allievo si distende in modo che il bacino appaggi sull’estremità di un lettino. Deve mantenere l’arto inferiore destro flesso, anche con l’aiuto delle mani, in modo che le vertebre lombari rimangano ben aderenti al piano d’appoggio e l’arto inferiore sinistro sia rilassato e abbandonato al suo peso:
  1. se il ginocchio il ginocchio sinistro scende al disotto del letto, il muscolo è sicuramente elastico;
  2. se il ginocchio resta allo stesso livello del letto l’elasticità è appena sufficiente;
  3. se il ginocchio resta al di sopra del piano del letto il muscolo è decisamente retratto.
  • Mobilità delle caviglie in flessione. Per sollevare correttamente i pesi occorre ricercare una base stabile con un buon appoggio dei piedi. Nel piegare gli arti inferiori chi non è dotato di una buona mobilità a livello delle caviglie, è costretto a sollevare i talloni da terra perdendo la stabilità. Per verificare la mobilità, in flessione, provare a piegare completamente gli arti inferiori indossando scarpe da ginnastica. Se si riesce a completare il movimento senza sollevare i talloni e senza perdere l’equilibrio la mobilità è più che sufficiente.

Esame neurologico

La presenza di ernia o protrusione discale può provocare la compressione di un nervo periferico. Ne può conseguire un’alterazione della forza muscolare segmentaria, dei riflessi osteo – tendinei e la comparsa di turbe della sensibilità periferica. Per valutare questi segni si esegue l’esame neurologico. È un esame clinico che è bene eseguire anche in assenza di sintomi di irradiazione periferica del dolore (lombosciatalgia, lombocruralgia, cervicobrachialgia) o disturbi della sensibilità (ipo-iperestesie, parastesie, disestesie) in quanto i segni più sottili di irritazione o degenerazione delle fibre nervose periferiche, sia di quelle sensitive che di quelle motorie, non sempre sono manifesti a livello soggettivo e quindi riferiti dal paziente.

L’esame neurologico si divide in quattro fasi:

  1. Valutazione del trofismo-stenia dei muscoli degli arti superiori e inferiori
  2. Ricerca dei riflessi osteo-tendenei
  3. Valutazione della sensibilità tattile, termica e nocicettiva (dolorifica)
  4. Ricerca dei segni di stiramento o compressione dei nervi spinali

Valutazione del trofismo-stenia

Il termine trofismo deriva dal grco trophé che significa nutrimento, pertanto per trofismo muscolare si intende lo stato di nutrizione del muscolo e l’insieme dei fenomeni a esso correlati. Se si evidenzia un’ asimmetria si può misurare la circonferenza degli arti in punti stabiliti: 10 cm sopra e sotto l’olecrano, 18 cm sopra la rotula, 10 cm sotto la tuberosità tibiale. Il termine stenia deriva dal grco sthénos che significa forza. La forza muscolare viene valutata opponendo una resistenza ai movimenti di cui i muscoli normalmente sono responsabili. Attraverso l’esame muscolare (Daniels, Williams e Worthingham) si può quantificare la riduzione della forza muscolare con un punteggio da 0 a 5.

Ricerca dei riflessi osteo-tendinei

La valutazione dei riflessi osteotendinei viene eseguita con paziente rilassato, seduto o disteso in posizione supina, a seconda del riflesso da esaminare. Si posiziona l’arto in modo da porre in leggera tensione il tendine da esaminare. Una volta focalizzato il punto corretto, si colpisce il tendine con un martelletto neurologico effettuando con scioltezza un veloce movimento del polso. La percussione del tendine da l’avvio all’arco riflesso di stiramento che provocherà la contrazione del muscolo interessato. Si esamina ciascun riflesso confrontando la risposta su entrambi i lati. L’assenza dei riflessi o la loro riduzione (iporeflessia) può indicare una neuropatia periferica, per esempio da compressione del nervo spinale. L’iperattività dei riflessi (iperreflessia) può essere dovuta a una lesione centrale.

Valutazione della sensibiltà tattile termica e nocicettiva

Quando si esamina la sensibiltà occore avere presente lo schema dell’innervazione spinale segmentaria di ciascun territorio, la forma e le dimensioni del dermatomero sensitivo corrispondente e i nervi periferici che lo innervano (con iltermine dermatomero viene definito il territorio cutaneo innervato da un nervo segmentario). In presenza di un disturbo sensitivo o motorio localizzato a livello di un particolare territorio cutaneo, la conoscenza dei dermatomeri consente di risalire alla radice nervosa danneggiata o alterata.

Ciascuna sensibilità viene esaminata con il paziente a occhi chiusi; si inizia  con uno stimolo minimo, aumentandolo gradualmente fino a quando il paziente non lo avverte: si esaminano le aree controlaterali del corpo chiedendo al paziente di confrontare le sensazioni percepite sui due lati. Quando esiste una differenza di percezione tra un lato e l’altro, si traccia una mappa dei limiti della zona interessata in base alla distribuzione dei principali nervi periferici.

  • Sensibilità tattile superficiale. Si sfiora la cute con un batuffolo di cotone o con un pennellino morbido o con la punta della dita; quindi si chiede al paziente di indicare la zona toccata o di riferire il momento in cui percepisce la sensazione di sfioramento.
  • Localizzazione tattile. Viene valutata toccando in modo leggero il paziente in punti diversi della regione da esaminare. Il paziente è invitato a riconoscere i punti diversi in cui, di volta in volta, viene stimolato e a indicarli su di una mappa raffigurante il corpo umano.
  • Sensibiltà tattile profonda. Per valutare la sensibiltà tattile profonda si esercita una pressione sulla regione da esaminare con un oggetto liscio e smusso, con una forza discreta ma non tale da provocare dolore.
  • Sensibilità dolorifica superficiale. Alternando la punta e la parte smussa di un ago sterile, si tocca la cute del paziente con movimenti non prevedibili. Gli stimoli vengono applicati con la delicatezza che è necessaria per determinare una leggera sensazione di dolore nel soggetto sano. Vengono distanziati tra di loro di almeno due secondi per evitare un effetto sommatorio. Si chiede al paziente di identificare il tipo di sensazione.
  • Sensibilità dolorifica profonda. Si valuta esercitando una pressione più energica su sporgenze osse, muscoli e tendini.
  • Sensibilità termica. Si valuta utilizzando, in successione, una provetta contenente acqua calda riscaldata a una temperatura di circa 40 – 45° e una contenente acqua fredda (circa 7°): esse vengono fatte rotolare alternativamente sulla cute, con movimenti, non prevedibili e si chiede al paziente di riferire la sensazione percepita.




Ricerca dei segni di stiramento o compressione dei nervi spinali

In presenza di lombalgia, lombosciatalgia o lombocruralgia vengono utlizzati i seguenti test:

  • SLR test. Si esegue quando c’è il sospetto di compressione del nervo sciatico per ernia discale L4-L5 o L5-S1. La manovra può provocare, per trazione sulle radici del nervo sciatico, un dolore a livello lombare basso con irradiazione alla regione posteriore dell’arto. La limitazione del movimento e il dolore posteriore alla coscia possono essere dovuti sia allo stiramento del nervo sciatico che alla retrazione degli ischiocrurali. In presenza di lomboscitalgia ,il  test risulta positivo al di sotto dei 60° di elevazione. La sciatalgia può essere provocata anche con un sollevamento di soli 15°,20°, 25° o 30°.
  • SLR incrociato. I sintomi della sciatalgia vengono provocati sollevando l’arto inferiore opposto a quello che è interessato dalla sciatalgia. Il test positivo indica la presenza di ernia discale.
  • Segno di Lasègue. È una variante della manovra precedente. Paziente supino, dopo aver flesso la gamba sulla coscia e la coscia sul bacino, si estende lentamente l’arto inferiore fino a portare la gamba in linea con la coscia. Anche in questo caso la monovra può provocare un dolore sciatalgico.
  • Segno di Wassermann. Si esegue quando c’è il sospetto di compressione del nervo femorale per ernia discale L2-L3 o L3-L4. La manovra provoca, per trazione sulle radici del nervo femorale, un dolore a livello lombare medio con irradiazione alla regione anteriore della coscia, fino al ginocchio. La positività del test è indicativa di compressione, da quel lato, delle radici nervose L3 e L4.
  • Segno della corda dell’arco. Si inizia eseguendo un test di SLR finché non viene riprodotto il dolore radicolare. Successivamente, il ginocchio viene flesso a 90°, di norma con una riduzione dei sintomi. Poi si preme con un dito sulla parte posteriore del nervo sciatico nella fossa polplitea. Se questa pressione riproduce il dolore, la sciatica è confermata.
  • Test della caduta. È una variante del test SLR e del test di Lasègue per mettere in tensione  le radici del nervo sciatico. Al paziente, inizialmente seduto con il busto eretto, viene chiesto di inclinarsi in avanti e poi flettere completamente la colonna cervicale. Nello stesso tempo, il paziente effettua un SLR e dorsiflette lo stesso piede. La riproduzione del dolore radicolare durante queste manovre è fortemente indicativa della tensione del nervo sciatico.

Esame strumentale

Gli esami strumentali devono essere utilizzati immediatamente solo nei casi in cui il paziente presenti un dolore intenso persistente intrattabile in seguito a un trauma o in presenza di febbre o sintomi gravi che possano far pensare alla presenza di tumore o infezioni, sintomi neurologici o sindrome della cauda equina. Altrimenti, nella stragrande maggioranza dei casi, non è indispensabile prescrivere uno studio diagnostico per immagini nelle prime 4-6 settimane successive all’inizio del dolore. Trascorse 4-6 settimane, se i sintomi sono persistenti e non rispondono alla terapia, è giustificato effettuare uno studio diagnostico per immagini della colonna vertebrale, per stabilire se la terapia intrapresa debba essere continuata o cambiata.

Indagine radiologica

È preferibile che l’indagine radiologica  standard sia eseguita con teleradiografie del rachide in toto in ortostasi in proiezione antero-posteriore e laterale. Esse permettono una visione generale della colonna vertebrale e consentono di evidenziare l’eventuale presenza di alterazioni sia osteostrutturali sia della statica.

  • Prioiezione antero-posteriore. È l’esame strumentale più usato per la valutazione diagnostica e per seguire l’evoluzione della scoliosi. Inoltre, permette di evidenziare la presenza di eventuali schisi, lombarizzazione della prima vertebra sacrale, la sacralizzazione della quinta vertebra lombare e megapofisi trasverse.
  • Prioiezione laterale. Permette di controllare e misurare il valore delle curve fisiologiche a livello cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo. Evidenzia i corpi vertebrali, gli spazi discali e permette una discreta visione delle articolazioni interapofisarie e delle aposisi spinose. Inoltre, consente di visualizzare  la presenza di eventuali instabilità, anterolistesi, retrolistesi o fusione vertebrale.
  • Proiezione obliqua. A livello cervicale viene richiesta per valutare i fori intervertebrali. A livello lombare evidenzia le apofisi e le interlinee articolari. Viene richiesta per valutare l’istmo quando si sospetta spondilolisi e la conseguente spondilolistesi.
  • Proiezione antero-posteriore transorale. Viene richiesta dopo un trauma cranico per valutare l’eventuale frattura o spostamento del dente dell’epistrofeo.
  • Radiografie laterali in flesso-estensione. Vengono richieste sia a livello lombare sia a lvello cervicale quando si sospetta un’instabilità vertebrale.

Tomografia assiale computerizzata (TAC)

Quando i sintomi sono persistenti e non rispondono ai vari trattamenti o sono presenti alterazioni focali o quando si prende in considerazione l’intervento chirurgico per ernia discale, il medico, per avere dettagli più precisi, richiede la TAC. Essa è utile, soprattutto, in presenza di lombosciatalgia per verificare la presenza di un’eventuale ernia discale o protrusione.




Risonanza magnetica nucleare (RMN)

La risonanza magnetica nucleare costituisce un ulteriore passo avanti rispetto alla TAC per qualità e precisione delle immagini. Infatti:

  • è in grado di fornire immagini multiplanari dirette con una risoluzione spaziale e di contrasto superiori;
  • permette di osservare l’intera colonna vertebrale e di esaminare anche il cono midollare e la cauda equina;
  • fornisce informazioni più precise sulle alterazioni del disco mentre la TAC permette di valutare solo la parte ossea;
  • a differenza della TAC non espone al rischio di radiazioni ionizzanti

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